La Vernaccia di San Gimignano sa davvero dove vuole andare?

    Prima Docg italiana, vino celebrato già nel Trecento e ambasciatore di uno dei paesaggi più iconici della Toscana, la Vernaccia di San Gimignano occupa da sempre una posizione singolare nel panorama enologico nazionale. Pochi bianchi possono vantare una storia tanto profonda e una tale continuità tra territorio, memoria e riconoscibilità.

    Eppure, a oltre trent’anni dall’ottenimento della Docg, la denominazione sembra ancora sospesa tra due anime: quella del vino identitario, capace di esprimere struttura, personalità e longevità, e quella di un bianco immediato, fortemente legato all’immagine del borgo e destinato prevalentemente a un consumo di pronta beva.

    È una contraddizione che emerge puntualmente ogni anno. Durante le anteprime, infatti, la Vernaccia viene raccontata come un grande bianco da evoluzione, dotato di tensione, profondità e straordinaria versatilità gastronomica. Eppure, osservando la composizione reale della produzione, emerge una domanda tanto semplice quanto scomoda: la Vernaccia di San Gimignano sa davvero dove vuole andare?

    Il paradosso di una denominazione che celebra la longevità ma produce quasi esclusivamente vini pronti

    La distanza tra il racconto e la realtà produttiva appare evidente.

    Su una produzione media di circa 4,5 milioni di bottiglie, oltre 4,2 milioni appartengono alla tipologia Annata, mentre la Riserva si ferma attorno alle 300 mila bottiglie, pari a circa il 7% del totale.

    Non solo. La Vernaccia di San Gimignano Annata non prevede alcun periodo minimo di affinamento prima dell’immissione in commercio, elemento che inevitabilmente ne rafforza la vocazione al consumo relativamente precoce.

    Il confronto con il Chianti Classico risulta significativo. Nella denominazione del Gallo Nero, infatti, le categorie a più lungo affinamento, Riserva e Gran Selezione, rappresentano oggi circa il 43% della produzione complessiva. Una trasformazione maturata negli anni attraverso una precisa strategia di valorizzazione e di progressivo innalzamento del posizionamento qualitativo.

    Nel caso della Vernaccia, invece, la sensazione è quella di una denominazione che continua a presentarsi come produttrice di grandi bianchi da evoluzione, salvo poi immettere sul mercato, nella quasi totalità dei casi, vini pensati per essere consumati giovani.

    Il rischio di una pinot grigizzazione

    Con oltre quattro milioni di bottiglie, la Vernaccia di San Gimignano rischia di trovarsi in una scomoda terra di mezzo.

    Troppo piccola per competere sul terreno dei grandi volumi internazionali, troppo prudente nel perseguire con decisione una chiara vocazione premium.

    Il rischio è quello di una progressiva pinot grigizzazione: entrare nel vasto mare dei bianchi freschi, immediati e di facile beva, andando però a confrontarsi con categorie che giocano su scala completamente diversa. Basti pensare che la sola DOC Delle Venezie supera i 230 milioni di bottiglie annue di Pinot Grigio.

    Una partita che la Vernaccia non può vincere né sul terreno quantitativo né su quello del prezzo.

    Eppure le sue caratteristiche intrinseche sembrano indicare una strada diversa. Struttura, tensione sapida, capacità evolutiva e versatilità gastronomica sono qualità che consentirebbero di ambire a un posizionamento ben più elevato.

    Il rischio, in sostanza, è quello di snaturare la propria identità senza riuscire realmente a competere con i protagonisti dei segmenti più commerciali.

    Regina ribelle o vino souvenir?

    Negli ultimi anni la denominazione ha scelto di presentarsi attraverso il fortunato slogan Regina Ribelle.

    Una definizione suggestiva, che tuttavia si scontra con una percezione del mercato spesso molto diversa.

    La grande distribuzione, che rappresenta circa il 70% degli acquisti di vino delle famiglie italiane, restituisce frequentemente un’immagine ben poco regale. Sugli scaffali, la Vernaccia è spesso collocata nelle fasce di prezzo più basse e l’elemento comunicativo dominante rimane ancora quello delle torri di San Gimignano.

    Più che come uno dei grandi bianchi della Toscana, il vino continua ad essere percepito, nell’immaginario collettivo, come un souvenir enologico del borgo medievale.

    Eppure, anche una presenza più qualificata e prestigiosa nella GDO potrebbe contribuire a rafforzare l’immagine complessiva della denominazione e a costruire una diversa percezione presso il consumatore.

    Il problema non è il mercato, ma quale mercato

    Si sente spesso affermare che il mercato non sarebbe in grado di assorbire quantitativi significativi di Vernaccia a prezzi più elevati.

    Ma la storia recente del vino italiano suggerisce una lettura diversa.

    Molte denominazioni hanno dimostrato che, attraverso l’export, il dialogo con gli appassionati e una crescente attenzione verso il turismo internazionale di fascia alta, è possibile creare valore anche su produzioni importanti.

    Il vero rischio, al contrario, è quello di affidarsi prevalentemente alla ristorazione locale e a un turismo di prossimità, finendo per cristallizzare la Vernaccia in una dimensione quasi folkloristica, quella del vino delle torri, con inevitabili ripercussioni sulla percezione e sui prezzi.

    Anche perché il peso del mercato interno resta significativo. Circa il 48% della produzione è destinata all’Italia e, di questa quota, oltre la metà viene assorbita direttamente da San Gimignano. Un’incidenza decisamente superiore rispetto a molte altre grandi denominazioni toscane premium, sempre più orientate verso i mercati internazionali.

    La questione, dunque, non è se esista un mercato disposto a riconoscere maggiore valore alla Vernaccia, ma se la denominazione abbia realmente deciso quale pubblico intenda intercettare.

    E se servisse una rivoluzione?

    Forse è arrivato il momento di affrontare una questione che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa quasi eretica.

    Ha davvero senso che la quasi totalità della produzione continui a gravitare sotto una denominazione nata per identificare uno dei grandi bianchi storici italiani?

    L’ipotesi di affiancare alla Vernaccia di San Gimignano una denominazione più commerciale, un eventuale Bianco di San Gimignano DOC, con un disciplinare simile all’attuale Vernaccia Annata, potrebbe consentire alla Docg di recuperare maggiore distintività, introducendo criteri più stringenti anche sul fronte degli affinamenti.

    Una scelta coraggiosa, certamente, ma non priva di precedenti nella storia del vino italiano.

    Naturalmente, una simile operazione avrebbe senso soltanto se accompagnata da una strategia di marketing ambiziosa e condivisa. Le aziende dovrebbero credere fino in fondo nelle potenzialità della denominazione, adottando una visione meno provinciale e meno dipendente dal turismo domestico e dall’immagine delle torri.

    Perché quattro milioni di bottiglie non sono incompatibili con un posizionamento più alto, purché la Vernaccia venga proposta per ciò che può realmente essere: un bianco secco di carattere, gastronomico, versatile e capace di evolvere nel tempo.

    Gli esempi non mancano

    Del resto, gli esempi virtuosi esistono già.

    Negli anni diverse aziende hanno perseguito con coerenza una visione identitaria della Vernaccia, contribuendo a costruire una reputazione fondata sulla qualità e sulla capacità di invecchiamento.

    Montenidoli, Panizzi, Cesani, Colombaio di Santa Chiara e numerosi altri produttori hanno dimostrato che esiste un pubblico disposto a riconoscere valore a una Vernaccia più ambiziosa, premiando questa impostazione anche sul piano dei prezzi.

    Sarebbe auspicabile vedere una denominazione più compatta e maggiormente consapevole delle proprie potenzialità. Perché la questione, in fondo, non riguarda le qualità della Vernaccia di San Gimignano. Quelle sono note da tempo.

    Il punto è capire se la prima Docg italiana abbia finalmente deciso quale posto intenda occupare nel panorama del vino contemporaneo.

    Continuare a presidiare il segmento dei bianchi giovani e immediati, entrando in competizione con categorie infinitamente più grandi, oppure rivendicare con decisione la propria unicità e quel patrimonio di struttura, longevità e identità territoriale che pochi altri bianchi italiani possono vantare.

    Perché il rischio più grande, per la prima Docg d’Italia, non è quello di cambiare.

    È quello di non scegliere.

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    Jean Marco Palmieri
    Jean Marco Palmieri è l'editor in chief di Italy’s Finest Wines, storico portale sul turismo del vino in Italia fondato da Daniel Thomases che vanta oltre 2 milioni e 100mila lettori e 6 milioni di interazioni annuali. Il sito web curato da Jean Marco Palmieri ha lo scopo di promuovere il vino, non esclusivamente come prodotto di consumo, ma come sintesi di territori, personaggi e vitigni autoctoni. Non una guida, ma un portale di divulgazione e approfondimento per gli appassionati del vino in Italia, con focus su tre punti cardine: Storia, Filosofia e Terroir FOLLOW US ON INSTAGRAM @JEAN_MARCO_PALMIERI